Economia islamica: perché non è capitalismo con qualche regola halal

Nota: questo articolo ha scopo puramente informativo. Non costituisce consulenza religiosa né finanziaria. Per valutazioni specifiche sulla conformità Shari’a, è opportuno rivolgersi a uno studioso qualificato di fiqh al-mu’amalat.

Economia islamica: etica, crescita e giustizia sociale. La tua economia è davvero giusta?

L’economia islamica non è il capitalismo con qualche regola halal (lecita) in più, né una variante religiosa del socialismo. È un’impostazione con fondamenta proprie: la ricchezza è ammessa ma non misura il successo, la proprietà comporta responsabilità, il profitto è lecito ma non giustifica la manipolazione del mercato. In questo articolo vediamo quali principi guidano l’economia islamica e che cosa cambiano, concretamente, nel modo in cui lavori, vendi, investi e condividi ciò che possiedi.

Economia islamica: un sistema con fondamenta proprie

Quando senti parlare di economia, probabilmente pensi subito a denaro, crescita, prezzi, investimenti, lavoro, aziende e mercati. Ma se vuoi guardare l’economia attraverso una prospettiva islamica, devi partire da una domanda più profonda: che cosa consideri davvero un successo?

Perché se il tuo unico criterio è accumulare più ricchezza, aumentare i consumi e massimizzare il profitto, stai già utilizzando una determinata visione del mondo.

La prospettiva economica islamica parte invece da fondamenta differenti. Non cerca semplicemente di prendere un sistema economico già esistente e aggiungergli qualche regola islamica. L’idea proposta è quella di sviluppare un’impostazione alternativa, fondata su principi propri.

Questo significa che parlare di “socialismo islamico”, “capitalismo islamico” o semplicemente adattare all’Islam categorie costruite all’interno di altri sistemi può essere insufficiente. Non perché tu non possa studiare ciò che esiste, imparare dalle altre teorie o utilizzare strumenti utili, ma perché devi sapere da quali fondamenta stai partendo.

Se studi economia islamica, quindi, non devi chiuderti rispetto agli altri modelli. Puoi conoscerli, consultarli, analizzarli e perfino prendere ispirazione da alcune loro soluzioni. Ma devi essere consapevole che assiomi, finalità e criteri di valutazione possono essere profondamente differenti.

È come se appartenessi alla scuola marxista e studiassi il capitalismo: puoi conoscerlo perfettamente, ma sai da dove parti e sai su quali punti fondamentali non concordi.

Allo stesso modo, quando analizzi un fenomeno economico da una prospettiva islamica, dovresti valutarlo utilizzando premesse e criteri propri della concezione economica islamica, non automaticamente quelli elaborati da altri sistemi.

Prima domanda: che cosa viene prima nella tua vita?

La prima grande differenza riguarda la tua bussola.

La vita economica non è separata dalla tua concezione della vita. La priorità non è innanzitutto materiale: la vita terrena è considerata temporanea, mentre l’orientamento ultimo riguarda l’Aldilà.

Quindi anche quando lavori, commerci, investi o costruisci un’impresa, non esci dalla tua relazione con Dio.

La tua preghiera, le tue adorazioni, la tua vita e la tua morte appartengono allo stesso quadro (Corano 6:162).

E questo cambia anche il modo in cui guardi al denaro.

Se hai più soldi, significa davvero che hai avuto più successo?

Non necessariamente.

Pensa alla vicenda di Ṭālūt. Quando venne scelto come re, alcuni contestarono la decisione proprio perché non era ricco (Corano 2:247).

Il criterio utilizzato da loro era economico: “Come può governarci se noi abbiamo più ricchezza di lui?”

Ma la risposta sposta completamente il criterio: vengono valorizzate la conoscenza e la forza, non il patrimonio.

Perciò, se stai giudicando te stesso o un’altra persona semplicemente in base a capitale, ricchezza, beni e ostentazione, stai utilizzando un indicatore che, in questa prospettiva, non rappresenta necessariamente il vero successo.

Lo stesso vale quando guardi qualcuno con molti beni, una grande casa o una famiglia numerosa e pensi automaticamente: “Vorrei essere come lui”.

La bussola deve essere continuamente ricalibrata.

Non lasciare che la ricchezza degli altri diventi automaticamente il tuo metro di valutazione. Devi chiederti quali siano realmente gli indicatori di successo della visione economica che hai scelto.

La tua religione finisce quando entri in azienda?

No.

Non puoi essere religioso in moschea e comportarti secondo criteri completamente differenti quando entri nel mercato.

La prospettiva presentata rifiuta la secolarizzazione dell’economia: non esiste una separazione totale tra le tue adorazioni e il modo in cui utilizzi il tuo denaro.

La vicenda del profeta Shuʿayb mostra proprio questo. Il suo popolo gli contestava ironicamente che la sua preghiera pretendesse addirittura di indicare loro come comportarsi con le proprie ricchezze (Corano 11:87).

Ma la risposta è precisamente questa: la libertà economica non è assoluta.

Nel diritto occidentale puoi incontrare concetti come usus, fructus e abusus, cioè uso, godimento e possibilità di disporre del bene.

Ma dalla prospettiva islamica non puoi intendere la proprietà come un diritto illimitato fino al punto di distruggere o utilizzare i beni in modo illecito.

Il fatto che qualcosa sia “tuo” non significa che tu possa farne qualunque cosa.

Anche la tua ricchezza deve essere utilizzata in un quadro lecito.

“È la mia vita, quindi faccio quello che voglio”: è davvero sufficiente?

Anche qui la risposta proposta è negativa.

Una neutralità totale nei comportamenti economici e sociali, nella quale tu segui semplicemente passioni e desideri purché sia una tua scelta personale, non corrisponde a questa concezione.

Viene richiamata l’idea di ordinare il bene e contrastare il male.

In una concezione radicalmente individualista potresti dire: “Se una persona adulta ha scelto liberamente, chi sei tu per dirle qualcosa?”

Ma qui l’essere umano non viene immaginato come una creatura completamente abbandonata ai propri impulsi.

Così come esistono leggi che regolano la materia, si sostiene che esistano anche regole del comportamento umano.

Quando aiuti qualcuno, il tuo portafoglio fa parte della tua fede

Può essere relativamente semplice pregare, digiunare o dare consigli agli altri.

Ma quando la questione tocca direttamente il tuo denaro, potresti improvvisamente diventare molto più esitante.

È per questo che viene sottolineata l’importanza dello jihād bil-māl: lo sforzo attraverso i propri beni.

In diversi passaggi viene dato grande peso allo sforzo economico, quasi a sottolineare che per una persona può essere perfino più difficile separarsi dal proprio denaro che compiere uno sforzo fisico.

Se davanti a te esistono persone oppresse o in difficoltà, quindi, non puoi sempre dire: “Non posso fare nulla.”

Magari non puoi intervenire personalmente, ma puoi sostenere economicamente chi può farlo.

L’idea secondo cui non puoi fare assolutamente niente viene descritta come una posizione sconfittista, individualista ed egoistica.

La tua fede può avere conseguenze economiche?

La seconda grande area riguarda il rapporto tra fede e transazioni.

In una visione puramente secolare potresti pensare che non esista alcun collegamento.

In questa prospettiva, invece, esiste un rapporto tra cause immateriali e conseguenze materiali.

Viene richiamata la vicenda di Nūḥ, che invita il proprio popolo a chiedere perdono a Dio, collegando questo ritorno spirituale anche a piogge, raccolti, bestiame e discendenza (Corano 71:10-12).

Potresti obiettare: “Ma oggi abbiamo meteorologia e geologia. Possiamo spiegare una tempesta o un terremoto.”

La distinzione proposta è tra come e perché.

La scienza descrive il “come”: A produce B e B produce C. Misura i fenomeni e le loro cause fisiche.

La fede affronta invece un’altra dimensione, quella del “perché”.

Le due prospettive non vengono considerate necessariamente contraddittorie, perché stanno affrontando due livelli differenti.

Perché non hai la stessa ricchezza di tutti gli altri?

Un altro principio riguarda la serenità davanti alla distribuzione delle condizioni materiali.

Le persone non hanno tutte lo stesso patrimonio e non occupano tutte la stessa posizione sociale.

Viene presentata l’idea di una complementarità delle classi e delle funzioni, insieme alla fede nella predestinazione economica: alcuni dispongono di più risorse, altri di meno, e attraverso questa diversità le persone diventano reciprocamente dipendenti.

Ma ciò che Dio concede in termini di misericordia viene posto al di sopra di ciò che gli uomini accumulano (Corano 43:32).

Viene poi stabilito un legame tra lontananza spirituale e condizioni come angoscia, depressione, stress e difficoltà esistenziale, attraverso il richiamo alla “vita stretta” di chi si allontana dal ricordo di Dio (Corano 20:124).

Allo stesso modo vengono collegati i comportamenti umani alle crisi e ai problemi collettivi: il deterioramento sulla terra e sul mare viene associato a ciò che le persone hanno compiuto (Corano 30:41).

Istikhlāf: la tua proprietà è davvero totalmente tua?

Qui entra in gioco il concetto di istikhlāf, uno dei pilastri dell’economia islamica.

Puoi possedere una casa, un terreno, un’azienda o del denaro, ma non sei considerato il proprietario assoluto nel senso ultimo del termine.

Sei piuttosto un amministratore temporaneo.

Prima o poi morirai e lascerai tutto ciò che possiedi. La proprietà definitiva appartiene a Dio, mentre tu sei una delle generazioni che si succedono nella gestione di quelle risorse.

Mano anziana che affida una scatola a una mano giovane, simbolo dell
Nell’economia islamica sei un amministratore temporaneo dei beni che possiedi: la proprietà definitiva appartiene a Dio e passa di generazione in generazione.

Questo cambia profondamente il modo in cui dovresti comportarti.

Se sei un amministratore, non puoi pensare solo: “È mio”.

Devi anche domandarti: “Che responsabilità ho rispetto a ciò che possiedo?”

Non vince il più forte: conta ciò che è giusto

La giustizia viene presentata come uno dei principi fondamentali dell’intero sistema.

Il bene non coincide semplicemente con ciò che è più potente, redditizio o competitivo.

Ciò che è buono è ciò che è giusto.

La ricchezza, inoltre, può diventare una prova.

Più diventi economicamente potente, più rischi di sentirti autosufficiente, fino a diventare oppressore o trasgressore.

L’esempio evocato è quello di Faraone, che arriva a comportarsi come se tutto dipendesse dal proprio potere.

Viene collegata a questo anche l’antica ossessione dell’uomo per l’immortalità, paragonata alla ricerca moderna di una sorta di “fontana della giovinezza” da parte di grandi capitalisti e dirigenti.

Questo però non significa che per essere pio tu debba necessariamente essere povero.

Tra i Compagni ci furono persone molto ricche e altre molto povere.

Non puoi semplicemente dire che il povero sia automaticamente più pio del ricco o viceversa.

La condizione materiale dipende dalle circostanze individuali, mentre la pietà, considerata globalmente, viene collegata a un miglioramento del benessere.

L’etica delle transazioni nell’economia islamica

Se il tuo lavoro aiuta qualcosa di illecito, qual è la tua responsabilità?

Passiamo all’etica concreta delle transazioni.

Il primo principio è molto semplice: coopera nel bene e nella pietà, non nel peccato e nell’aggressione (Corano 5:2).

Se il tuo lavoro contribuisce direttamente a un’attività illecita, non puoi semplicemente ignorare la destinazione di ciò che stai facendo.

Se l’intera attività è fondata su qualcosa di illecito, viene sostenuto che non dovresti collaborare direttamente al funzionamento di quel sistema. Vengono fatti esempi quali bar, casinò, banche e assicurazioni nel quadro specifico della discussione.

Ma devi anche capire la sfumatura.

Supponiamo che tu sia un programmatore e sviluppi un software utilizzato normalmente per attività lecite.

Successivamente una determinata istituzione lo compra e lo utilizza anche in un ambito illecito.

Non è la stessa cosa che costruire direttamente uno strumento destinato all’illecito.

La responsabilità dipende quindi anche dal rapporto concreto tra ciò che fai e l’uso illecito.

Anche se sei ricco, non hai il diritto di sprecare

Il divieto dello spreco non dipende dalla tua classe sociale.

Non puoi dire: “Posso permettermelo, quindi non è un problema.”

La ricchezza deve essere amministrata responsabilmente.

Contemporaneamente sei incoraggiato a destinare risorse a parenti, poveri e viaggiatori in difficoltà (Corano 17:26-27).

E quando dai, non dovresti liberarti semplicemente di ciò che non vuoi più.

La vera generosità consiste anche nel dare qualcosa che ami (Corano 3:92).

Nella zakat (l’elemosina obbligatoria, uno dei cinque pilastri dell’Islam) viene fatto l’esempio del bestiame: non si dovrebbe prendere né l’animale migliore dell’intero gregge né quello peggiore, malato o gravemente difettoso, ma un bene intermedio.

Non diventare avaro, ma non trasformare nemmeno la ricchezza in uno spettacolo

Viene condannata l’avarizia di chi riceve molti benefici e non contribuisce mai alla comunità.

Ma non viene neppure proposta una vita monastica nella quale tu debba necessariamente rifiutare qualunque piacere materiale.

Hai anche una parte in questa vita (Corano 28:77).

L’equilibrio si trova tra due estremi: da una parte l’avarizia e un ascetismo esagerato; dall’altra l’ostentazione, il desiderio di mostrare agli altri vestiti, beni, proprietà e ricchezze.

La storia di Qārūn viene utilizzata proprio come ammonimento contro questa esibizione della ricchezza e contro il desiderio di essere come colui che possiede di più (Corano 28:76-82).

Scarsità, valore e circolazione della ricchezza: la giustizia sociale nell’Islam

Se le risorse sono scarse, significa che Dio non ha creato abbastanza?

La discussione passa poi a principi propriamente economici.

Sul tema della scarsità, vengono richiamate due idee: Dio è sufficiente per i Suoi servi (Corano 39:36) e ogni cosa è stata creata secondo una misura (Corano 54:49).

Anche la teoria del valore deve però essere collocata all’interno di una scala più ampia.

Padri, figli, fratelli, coniugi, clan, ricchezze accumulate, commercio e case possono essere molto importanti per te.

Ma se diventano più importanti dell’orientamento spirituale ultimo, devi riposizionare la bussola (Corano 9:24).

Che cosa succede se tutta la ricchezza circola sempre tra le stesse persone?

La concentrazione estrema delle ricchezze viene criticata.

La ricchezza non dovrebbe circolare esclusivamente tra chi è già ricco (Corano 59:7).

Da qui deriva una critica al monopolio patrimoniale, alle disuguaglianze eccessive e a forme quasi oligarchiche di concentrazione economica.

La zakat viene presentata anche come uno strumento capace di correggere questa deviazione.

Ma il denaro non è necessariamente una fonte di conflitto.

Può diventare anche uno strumento di legame sociale e familiare.

Se utilizzi ciò che possiedi per aiutare genitori, orfani, bisognosi e viaggiatori, il denaro crea relazioni.

Se invece prevalgono avarizia e rifiuto della solidarietà, può produrre odio, divisione e animosità.

Eredità e responsabilità familiari

Per capire l’eredità devi guardare anche alle responsabilità

Una delle questioni affrontate è l’eredità.

L’argomentazione proposta è che non puoi guardare soltanto alla quantità ricevuta da ciascuno, ma devi analizzare l’intero sistema di responsabilità economiche.

Nel caso dei genitori, padre e madre possono ricevere la stessa quota perché sono in una fase della vita in cui normalmente non devono più sostenere economicamente una nuova generazione.

Nel caso dei figli, viene fatto l’esempio in cui il figlio riceve due parti e la figlia una.

Il ragionamento presentato è che l’uomo deve sostenere spese di matrimonio, casa, cibo, vestiti, bisogni fondamentali della famiglia, figli e anche determinate responsabilità successive al divorzio.

Quindi chi riceve due parti ha contemporaneamente l’obbligo di continuare a spenderle, mentre la quota della donna non viene automaticamente gravata dagli stessi obblighi.

Per questo, nel tempo, viene osservato che la disponibilità effettiva della quota più piccola potrebbe perfino superare quella della quota maggiore.

Il punto centrale è che devi osservare il sistema in maniera complessiva, non isolare una sola norma. Per vedere come queste regole si applicano concretamente a chi vive in Italia, leggi il nostro approfondimento su eredità e testamento islamico.

E quello zio che compare solo quando c’è da ereditare?

Viene affrontata anche questa obiezione.

Immagina una famiglia composta da tre figlie e uno zio lontano che quasi non ha mai avuto rapporti con loro. Alla morte del padre, lo zio compare per reclamare la quota che gli spetta.

È comprensibile che qualcuno chieda: “Perché dovrebbe ricevere qualcosa se non ha partecipato alla vita di questa famiglia?”

La risposta proposta parte da una concezione della famiglia diversa dalla moderna famiglia nucleare.

La famiglia islamica viene descritta come una rete più ampia di responsabilità.

La riduzione progressiva alla famiglia nucleare e poi monoparentale viene collegata nel documento alla modernità e al capitalismo. Sono citati, come parte dell’argomentazione, tassi di divorzio molto elevati, la diffusione delle famiglie monoparentali negli Stati Uniti e un dato del 65% di nascite fuori dal matrimonio in Francia.

Viene anche avanzata una critica al modello consumistico: dal punto di vista commerciale è più redditizio avere due nuclei separati che comprano due automobili e due frigoriferi invece di una famiglia che ne condivide uno.

Il punto sostenuto è che una società costruita soltanto sulla massimizzazione del profitto può avere un incentivo alla frammentazione delle strutture collettive.

Ma lo zio non dovrebbe semplicemente ricevere il denaro e scomparire.

La critica principale viene rivolta all’assenza di un sistema capace di obbligare anche il parente che eredita ad assumersi le proprie responsabilità verso le ragazze bisognose.

Se quelle nipoti si trovassero in necessità, quello stesso zio dovrebbe poter essere chiamato a sostenerle, come un fratello sostiene le proprie sorelle o un padre le proprie figlie.

Il principio viene collegato al versetto secondo cui il padre deve provvedere al mantenimento secondo il maʿrūf, cioè ciò che è ragionevole e riconosciuto come giusto, senza essere obbligato oltre le proprie possibilità, e viene richiamata anche l’idea secondo cui chi eredita assume una responsabilità analoga (Corano 2:233).

L’eredità potrebbe quindi essere un’occasione per ricostruire legami familiari.

Nella pratica, invece, spesso diventa una fonte di conflitti, soprattutto in società sempre più materialistiche.

Anche dopo un divorzio, tuo figlio non dovrebbe diventare un’arma

Nel quadro delle responsabilità familiari viene criticato anche il comportamento di alcuni genitori che, dopo un divorzio, utilizzano i figli come strumento di ricatto o pressione.

Questo comportamento viene descritto come estremamente dannoso per l’equilibrio psicologico del bambino.

Il principio rimane che nessun padre o madre deve essere danneggiato attraverso il figlio e che ognuno risponde secondo le proprie possibilità.

Quando dici di voler “riformare l’economia”, sei sicuro di non stare peggiorando le cose?

La buona riforma economica deve essere incoraggiata, ma deve restare dentro un quadro etico.

Non basta dire che stai “migliorando” il sistema.

Puoi perfino provocare danni pensando di stare facendo del bene.

Vengono richiamati versetti che parlano di chi corrompe la terra, danneggia agricoltura e bestiame e poi sostiene: “Noi stiamo soltanto facendo del bene” (Corano 2:11-12 e 2:205).

Questa situazione viene definita jahl mutakabbir: non soltanto ignorare, ma ignorare di essere ignorante.

È la condizione più pericolosa perché sei convinto di essere nel giusto mentre stai producendo danno.

Contratti, prezzi e mercato: le regole pratiche dell’economia islamica

Quando fai un contratto, non inclinare la bilancia dalla tua parte

Arriviamo alle condizioni più pragmatiche delle transazioni.

Una transazione deve essere trasparente ed equilibrata.

Il principio dei muṭaffifīn riguarda chi pretende integralmente ciò che gli spetta ma, quando deve dare agli altri, riduce la misura (Corano 83:1-3).

Puoi capirlo facilmente quando un commerciante trucca una bilancia.

Ma la stessa cosa può accadere in un contratto.

Puoi inserire clausole nascoste, condizioni poco chiare o meccanismi costruiti apposta affinché la bilancia penda sempre dalla tua parte.

Anche i beni del tuo cliente hanno una sacralità: non dovresti appropriartene ingiustamente né svalutare ciò che gli appartiene.

Se manipoli il prezzo senza una vera domanda, stai alterando il mercato

Qui viene fatto un confronto molto moderno tra il najash e lo spoofing finanziario.

Nel najash, qualcuno presenta un’offerta senza una reale intenzione di acquistare, soltanto per far salire il prezzo.

Nel mercato finanziario può succedere qualcosa di simile.

Esempio: come funziona lo spoofing Immagina che un’azione valga 10 dollari. Ci sono venditori a 10,01, 10,02 e 10,03 e acquirenti a 9,99, 9,98 e 9,97.

Poi qualcuno inserisce improvvisamente 100.000 ordini a 9,95 senza una reale intenzione di comprare.

Gli altri operatori possono interpretarlo come una domanda enorme e ritirare le proprie offerte di vendita. Il primo venditore potrebbe così passare da 10,01 a 10,03 o 10,04.

Il prezzo è salito, ma non esisteva una nuova domanda reale. Chi ha inserito l’ordine può cancellarlo prima che venga eseguito.

Questo viene assimilato al najash e considerato manipolazione vietata.

Nel documento viene anche riportata l’affermazione secondo cui una quota enorme degli ordini nello spoofing, forse il 90% o più, verrebbe successivamente cancellata.

La manipolazione del mercato è vietata anche dalla normativa europea sugli abusi di mercato, la cui applicazione in Italia è vigilata dalla Consob. Se vuoi capire quali forme di investimento in Borsa sono invece compatibili con la Sharia, leggi il nostro articolo su se i musulmani possono investire in Borsa.

Esiste un “profitto ragionevole”?

Supponiamo che tu affitti case vacanze.

In estate arrivano moltissimi turisti e i prezzi salgono.

È illecito perché stai guadagnando di più?

Non necessariamente.

La domanda posta è: che cosa significa esattamente “profitto ragionevole”?

Un gioielliere può avere margini del 200% e vendere poco.

Un venditore di yogurt può avere un margine del 3% e vendere quantità enormi.

Non esiste quindi una percentuale unica capace di stabilire automaticamente la moralità del profitto.

L’elemento centrale è il corretto funzionamento di domanda e offerta, purché non vengano manipolate.

Il vero problema emerge quando utilizzi lobbying, monopolio, oligopolio, accordi illeciti, spoofing, najash o altri strumenti per alterare artificialmente il mercato.

Qui il ruolo della giustizia economica dovrebbe essere molto severo contro chi manipola il funzionamento sano dei mercati.

Immagina che 30.000 persone vogliano andare in vacanza e ci siano soltanto 500 hotel.

È normale che il prezzo salga.

Quel prezzo più alto può anche creare un incentivo affinché l’anno successivo qualcuno costruisca un nuovo albergo.

Se invece nessuno può entrare nel mercato, bisogna chiedersi se esistano barriere artificiali.

Vengono menzionati anche l’eccesso di burocrazia e di interventismo statale come possibili fattori capaci di alterare il normale funzionamento del mercato.

Un prodotto da 10 centesimi può essere venduto a 27 euro?

Qui viene fatto l’esempio del dropshipping.

Immagina di trovare su AliExpress un prodotto a 10 centesimi, costruire una buona campagna di marketing e venderlo a 27 euro.

Hai realizzato un margine enorme.

Questo significa automaticamente che la vendita sia illecita?

L’argomentazione riportata distingue tra valore reale e valore percepito, sottolineando che il valore è in parte soggettivo.

Tu potresti avere individuato, tra un miliardo di prodotti, proprio quello per cui esiste una domanda latente dall’altra parte del mondo.

Quell’attività di ricerca e individuazione ha anch’essa un valore.

Se proponi 27 euro e nessuno compra, il mercato ti sta comunicando che probabilmente hai fissato un prezzo eccessivo. Se comprano e altri concorrenti entrano vendendo a 26, il prezzo tenderà a modificarsi attraverso la concorrenza.

Ma non devi dimenticare due principi morali: non causare danno; e desiderare per l’altro ciò che desideri per te stesso.

Quindi una cosa può anche rientrare tecnicamente nell’area del lecito senza rappresentare necessariamente il comportamento etico più elevato.

Halal non significa sempre “la scelta migliore possibile”

Tra halal e haram (illecito) esistono gradazioni.

Anche all’interno di ciò che è vietato, non tutte le proibizioni hanno lo stesso livello: il gharar (incertezza sostanziale nel contratto) non viene equiparato al ribā (interesse o usura), e truccare una pesata non è la stessa cosa che rubare.

Allo stesso modo, nel lecito puoi avere comportamenti moralmente superiori ad altri.

Se oggi guadagni 100 euro, può essere halal conservarli.

Può essere halal anche donarli.

Ma se sei nelle condizioni di donarli, farlo può rappresentare un livello spiritualmente più elevato.

La discussione sul dropshipping viene infatti precisata: non viene affermato che ogni forma di dropshipping sia automaticamente halal. Esistono modalità accettabili e modalità non accettabili.

Viene anche raccontato il caso di persone che trovano una merce offerta a 100 pur sapendo che ne vale 150 e scelgono spontaneamente di pagare 150 al venditore.

Qui non sei più soltanto nel minimo indispensabile dell’halal e dell’haram: sei nel campo dell’etica e dei gradi di pietà.

Non appropriarti dei beni degli altri ingiustamente

Un principio fondamentale è il divieto di consumare o appropriarsi reciprocamente delle ricchezze bil-bāṭil, cioè in modo illecito (Corano 4:29).

E quando firmi un contratto, rispettalo.

Il comando awfū bil-ʿuqūd, “rispettate i contratti”, viene fortemente sottolineato (Corano 5:1).

Viene criticato anche l’uso di “inshallah” come se significasse “probabilmente non lo farò”. Alcuni sapienti vengono citati come contrari all’uso dell’espressione quando una persona ha già intenzione di non mantenere ciò che promette.

Scrivere e registrare una transazione protegge te e il tuo cliente

La testimonianza e la registrazione delle transazioni aumentano trasparenza e fiducia (Corano 2:282).

Anche strumenti di garanzia come l’ipoteca possono servire a proteggere i diritti delle parti (Corano 2:283).

Parallelamente vengono proibiti frode, dolo e manipolazione di pesi e misure.

Se il tuo debitore è veramente in difficoltà, devi sempre schiacciarlo?

No.

Puoi certamente proteggere i tuoi diritti e prendere garanzie.

Ma se il tuo debitore si trova in una difficoltà reale, viene raccomandato di concedergli più tempo, anche oltre il termine originariamente concordato (Corano 2:280).

Per capire il valore del comportamento commerciale, viene ricordato anche l’esempio dell’Indonesia, indicata come il più grande Paese musulmano per popolazione, dove la diffusione dell’Islam viene collegata storicamente anche al commercio e al buon comportamento dei mercanti provenienti dalla penisola arabica, in particolare dallo Yemen.

Il messaggio è semplice: il tuo comportamento con un cliente può avere conseguenze molto più grandi del piccolo profitto che riesci a ottenere da una singola transazione.

Anche il ribā viene inserito in questo quadro: apparentemente può sembrare uno strumento di accumulazione, mentre la sua conseguenza ultima viene descritta come distruttiva.

E se l’economia che studi ti insegnasse a essere più egoista?

A questo punto il problema diventa metodologico.

Se riduci l’economia a una scienza che studia soltanto produzione, distribuzione, merci e comportamento materiale, rischi di trasformare tutto in merce.

L’economia islamica, secondo questa impostazione, non può essere definita esclusivamente in questi termini perché il materiale non rappresenta l’unico indicatore.

Viene quindi avanzata una critica molto forte alla formazione economica moderna.

Secondo l’argomentazione, gli studenti continuamente esposti a una prospettiva esclusivamente materialistica possono diventare meno empatici e più orientati all’interesse personale, perché vengono educati a interpretare molte decisioni secondo incentivi economici.

Pensa all’acqua durante un’ondata di caldo.

Domanda e offerta potrebbero suggerirti di aumentare il prezzo perché le persone hanno più sete.

Finché non si arriva a un bisogno vitale, questa dinamica può essere teoricamente spiegata economicamente.

Ma la domanda successiva è: anche se puoi farlo, è davvero il comportamento moralmente migliore?

Qui ritorna la distinzione tra semplice liceità e comportamento raccomandabile.

Gli studenti di economia, viene criticato, imparano concetti come razionalità individuale ed efficienza dei mercati, mentre ricevono meno esposizione sistematica ai criteri morali.

La critica arriva fino all’idea che in economia possa essere insegnato che l’egoismo personale produce un beneficio generale.

Viene richiamato Milton Friedman, associato alla Scuola di Chicago, secondo cui la migliore azione sociale di un’impresa sarebbe aumentare i propri profitti, insieme al contesto politico di Ronald Reagan, Margaret Thatcher e dell’ondata liberale e neoliberale degli anni Settanta, Ottanta e Novanta.

Viene anche evocata la formula attribuita ad Adam Smith secondo cui non è dalla benevolenza del macellaio che riceviamo la nostra cena, ma dal suo interesse personale, e viene contrapposta alla necessità di fondare l’economia anche su valori morali.

Non puoi prendere una teoria nata in un determinato contesto e considerarla automaticamente universale

L’economia moderna viene descritta come sviluppatasi attraverso una metodologia scientista e materialista, nata anche all’interno della specifica storia europea di separazione e tensione tra Chiesa, Stato, individuo, potere spirituale e potere temporale.

Quella storia è europea.

Non rappresenta automaticamente la storia di ogni civiltà.

Di conseguenza, universalizzare tutti i principi nati da quel particolare contesto viene considerato metodologicamente problematico.

Qual è il tuo obiettivo finale?

Questa è forse la domanda più importante.

Se segui un’impostazione utilitarista associata a Jeremy Bentham e John Stuart Mill, potresti considerare come obiettivo ultimo la massimizzazione dei piaceri.

Ma l’obiettivo ultimo del musulmano viene descritto in maniera differente: compiacere il Creatore, agire con coscienza e vivere in una condizione di servitù verso Dio.

Questo non significa eliminare desideri e piaceri.

Anche il tentativo di annullarli completamente, come attribuito ad alcune filosofie orientali o greche, viene considerato disumano.

Sei stato creato con desideri e piaceri.

Il compito è piuttosto governarli senza esserne governato.

La tua vita diventa così una continua lotta per mantenerli dentro dei limiti.

L’equilibrio economico, quindi, non riguarda soltanto produzione efficiente di beni e servizi. Riguarda anche equilibrio tra materiale e immateriale, corpo e anima, vita terrena e Aldilà.

Puoi semplicemente prendere l’economia moderna e togliere ciò che è haram?

Secondo l’impostazione proposta, non basta.

Se due sistemi hanno finalità, fondamenta e metodologie differenti, non puoi considerarli semplicemente complementari.

Non basta studiare l’economia contemporanea, eliminare ciò che contraddice la Sharia e chiamare ciò che rimane “economia islamica”.

Bisogna invece partire dagli uṣūl, cioè dai fondamenti (Corano, Sunna e regole generali ricavate da queste fonti), e dagli universali della Sharia per costruire una teoria economica propria.

Questo non significa fare tabula rasa.

Puoi utilizzare strumenti, pratiche e perfino alcuni principi sviluppati altrove.

Ma devi prima trattare le radici, non soltanto scegliere i rami che ti piacciono.

Altrimenti, viene detto, costruisci un albero destinato a morire.

Albero con radici profonde visibili, metafora dell
L’economia islamica non si ottiene togliendo ciò che è haram dall’economia moderna: bisogna partire dalle radici, cioè dai fondamenti della Sharia.

L’obiettivo è quindi una concezione macroeconomica, epistemica ed epistemologica compatibile con i principi dell’etica islamica delle transazioni.

Ma puoi cambiare un sistema economico dall’oggi al domani?

Normalmente no.

La trasformazione storica viene descritta come progressiva.

I cambiamenti rivoluzionari immediati rappresentano più spesso eccezioni.

L’essere umano tende a resistere a ciò che non conosce: l’uomo è nemico di ciò che ignora.

Lo stesso accade quando persone che non conoscono l’Islam diffidano dei musulmani.

Quando invece iniziano a conoscerli, lavorare con loro, commerciare, viaggiare e vivere accanto a loro, la paura può ridursi.

Quindi una transizione può avvenire per fasi.

Ma c’è una differenza fondamentale tra procedere gradualmente sapendo chiaramente quali siano le differenze di principio e cercare semplicemente di conciliare tutto per soddisfare tutti.

Chi conosce entrambe le metodologie può fare concessioni strategiche e temporanee mantenendo chiaro l’obiettivo.

Chi cerca soltanto un compromesso indistinto rischia, secondo questa posizione, di perdere completamente la direzione.

Il fine giustifica i mezzi?

No.

Questa viene indicata come un’altra differenza fondamentale rispetto a certe forme di consequenzialismo utilitarista.

Nel consequenzialismo potresti accettare un male se pensi che il risultato complessivo produrrà un beneficio maggiore.

Ma nella prospettiva islamica proposta, non tutto ciò che produce un risultato utile diventa automaticamente permesso.

Viene fatto volutamente un esempio estremo: non potresti autorizzare temporaneamente la zinā (le relazioni sessuali al di fuori del matrimonio) sostenendo che serve a rafforzare la comunità.

Un esempio così forte appare immediatamente inaccettabile perché quel peccato non è stato socialmente normalizzato allo stesso livello.

Perché allora con il ribā alcune persone ragionano diversamente?

Perché, viene sostenuto, l’interesse è diventato molto più normalizzato socialmente.

Viene fatto un esempio provocatorio.

Se tua figlia ricevesse una proposta di matrimonio da un trafficante di droga, un criminale, un adultero o un alcolista, probabilmente avresti immediatamente forti riserve.

Se invece si presentasse un importante direttore di banca, potresti percepirlo come socialmente rispettabile.

Il punto non è giudicare automaticamente ogni singola persona che lavora in banca, ma mostrare come la percezione sociale possa rendere alcuni peccati molto più accettabili di altri.

La difficoltà abitativa in Europa viene comunque riconosciuta.

Affitti molto elevati e condizioni difficili possono creare una vera sofferenza.

Ma ciò che può sembrarti comprensibile dal punto di vista microeconomico personale non diventa automaticamente giustificabile sul piano giuridico e, secondo l’argomentazione proposta, il sistema degli interessi ha anche conseguenze macroeconomiche negative molto più ampie.

Puoi seguire due strade.

La prima è semplice: accetti la regola e ti comporti di conseguenza.

La seconda è molto più lunga: vuoi capire perché quella regola esiste, quali effetti produce e come difenderla intellettualmente.

Entrambe dovrebbero condurti alla stessa conclusione; la seconda è particolarmente importante per chi deve studiare e argomentare.

Opinioni dei sapienti e stato di necessità

Se i sapienti hanno opinioni diverse, che cosa dovresti fare?

Non devi trasformare un singolo sapiente in qualcuno da seguire ciecamente in ogni sua affermazione.

L’unica figura che viene presentata come degna di obbedienza assoluta in questo senso è il Profeta ﷺ.

Segui un sapiente perché non possiedi personalmente le competenze necessarie e hai bisogno di qualcuno che conosca la disciplina.

Ma non devi neppure passare la vita chiedendo la stessa cosa a dieci persone finché non trovi la risposta che desideri.

Per la persona comune viene suggerito di individuare un sapiente affidabile, che porti prove e che sia riconosciuto dagli altri studiosi della disciplina.

Non basta che sia famoso su YouTube.

Può avere anche due milioni di like: questo non costituisce un criterio scientifico.

L’analogia utilizzata è quella delle riviste scientifiche.

Un ricercatore viene riconosciuto anche attraverso la valutazione dei propri pari.

Allo stesso modo, il riconoscimento di uno studioso dovrebbe avvenire all’interno della comunità degli studiosi.

Se però ti propone una posizione molto controversa, puoi chiedere anche a un secondo o terzo sapiente e prendere una decisione più informata.

“Necessità” significa davvero qualsiasi forte difficoltà?

No.

Alla regola al-ḍarūrāt tubīḥ al-maḥẓūrāt, “le necessità possono rendere ammissibile ciò che normalmente è vietato”, deve essere affiancata un’altra regola: al-ḍarūra tuqaddaru bi-qadrihā.

La necessità viene cioè valutata nella sua giusta misura.

Nel significato richiamato, si parla di situazioni in cui è seriamente minacciata l’integrità fisica o la salute, fino al timore di conseguenze molto gravi.

Se ti stai chiedendo come applicare questi principi alle tue scelte finanziarie quotidiane, per esempio al tuo fondo pensione, leggi la nostra guida su cosa fare con il TFR se sei musulmano.

E la finanza islamica in Europa?

Viene infine affrontata una fatwa locale basata, secondo l’interpretazione proposta, su opinioni marginali di una determinata scuola.

Al di là del giudizio giurisprudenziale, viene sostenuto che nella pratica questa fatwa abbia rappresentato uno dei principali freni allo sviluppo delle iniziative di finanza islamica in Europa.

La Gran Bretagna viene presentata come più sviluppata in questo campo, mentre l’Europa continentale sarebbe indietro di 30-40 anni, con iniziative che iniziano soltanto ora a emergere in Paesi come Francia e Germania.

Eppure oggi esistono strumenti finanziari capaci di creare nuove possibilità, anche grazie agli standard internazionali elaborati da organismi come l’AAOIFI.

Viene fatto l’esempio del crowd real estate: puoi frazionare economicamente la proprietà di un appartamento e rappresentarne le quote attraverso titoli.

Tecnologie come la blockchain permettono di immaginare strutture che decenni fa non erano disponibili.

Per questo la conclusione ti invita a non ragionare sempre con la mentalità finanziaria degli anni Ottanta.

Il contesto è cambiato.

Gli strumenti sono cambiati.

Le possibilità tecniche sono cambiate.

Ciò che non deve cambiare sono le fondamenta etiche dalle quali parti.

Alla fine, che tipo di economia vuoi costruire?

Quando compri qualcosa, quando vendi, quando investi, quando assumi qualcuno, quando fissi un prezzo o quando scegli dove mettere il tuo denaro, stai facendo molto di più che muovere numeri.

Stai esprimendo una visione dell’uomo.

Puoi vedere l’essere umano soprattutto come consumatore e produttore, orientato alla massimizzazione dei propri interessi.

Oppure puoi considerarlo un essere materiale e spirituale, proprietario soltanto in maniera temporanea, responsabile verso Dio e verso gli altri.

I principi dell’economia islamica in sintesi La ricchezza è ammessa ma non è il metro del successo; il profitto è ammesso ma non giustifica la manipolazione; il mercato è ammesso ma deve essere trasparente; la proprietà è riconosciuta ma comporta responsabilità; la concorrenza può esistere ma non deve diventare oppressione; la generosità non sostituisce la giustizia e la giustizia non elimina la libertà economica.

Da questa seconda visione nasce un’economia in cui questi equilibri convivono.

E soprattutto, quando hai davanti un cliente, non dovresti vedere soltanto quanto puoi guadagnare da lui.

Dovresti chiederti anche:

  • Sono trasparente con te?
  • Sto rispettando il tuo patrimonio come vorrei che tu rispettassi il mio?
  • Sto manipolando il prezzo oppure ti sto offrendo realmente un bene che ha valore per te?
  • Sto approfittando della tua ignoranza o sto cercando una transazione che possa essere buona per entrambi?
  • Se oggi sei in difficoltà, posso proteggere il mio diritto senza distruggere il tuo?
  • Il profitto che guadagno attraverso di te mi sta rendendo una persona migliore oppure semplicemente più ricca?

È qui che l’economia smette di essere soltanto una questione di numeri.

Diventa una questione di etica, responsabilità, giustizia sociale, fede e visione del futuro.

E proprio per questo, se vuoi un’economia più giusta e più sostenibile, non devi partire soltanto dalla domanda “quanto possiamo crescere?”

Devi prima chiederti: “Verso che cosa vogliamo crescere, con quali mezzi e a beneficio di chi?”

Se vuoi tradurre questi principi in scelte concrete, continua con i nostri approfondimenti su investimenti in Borsa e Sharia, sul TFR per i musulmani e su eredità e testamento islamico.

FAQ — Domande frequenti sull’economia islamica

Cos’è l’economia islamica in parole semplici?

È un modo di organizzare lavoro, commercio, investimenti e distribuzione della ricchezza a partire dai principi del Corano e della Sunna. La ricchezza è ammessa, ma è considerata un mezzo e non il metro del successo. La proprietà comporta responsabilità verso Dio e verso gli altri. Il profitto è lecito purché nasca da transazioni trasparenti, senza interesse (ribā), senza incertezza sostanziale (gharar) e senza manipolazione del mercato.

Qual è la differenza tra economia islamica e capitalismo?

Il capitalismo, nella sua versione più liberista, considera la massimizzazione del profitto un obiettivo sufficiente e la proprietà privata un diritto quasi illimitato. L’economia islamica riconosce mercato, concorrenza e proprietà privata, ma li inserisce in un quadro etico: la proprietà è un’amministrazione temporanea (istikhlāf), la ricchezza deve circolare e non concentrarsi solo tra i ricchi, e il fine non giustifica i mezzi. Non è quindi “capitalismo con qualche regola halal”, ma un sistema con fondamenta proprie.

Cosa significa istikhlāf nell’economia islamica?

Istikhlāf significa che l’essere umano è un amministratore, non il proprietario assoluto, dei beni che possiede. La proprietà definitiva appartiene a Dio, e ogni generazione gestisce temporaneamente le risorse prima di lasciarle a quella successiva. La conseguenza pratica è che non basta dire “è mio”: bisogna anche chiedersi quali responsabilità derivano da ciò che si possiede.

Esiste un limite al profitto nell’Islam?

Non esiste una percentuale massima di guadagno fissata in modo universale. Un gioielliere può avere margini molto alti vendendo poco e un commerciante di alimentari margini bassi vendendo molto. Il profitto è lecito se nasce dal libero incontro tra domanda e offerta. Diventa illecito quando deriva da manipolazione, monopolio, frode, clausole nascoste o sfruttamento del bisogno altrui. Oltre al lecito esiste poi il piano dell’etica: non causare danno e volere per l’altro ciò che si vuole per sé.

Cos’è il najash e perché lo spoofing in Borsa è vietato?

Il najash è la pratica, vietata dal Profeta, di fare un’offerta senza intenzione reale di acquistare, solo per far salire il prezzo. Lo spoofing nei mercati finanziari funziona allo stesso modo: si inseriscono grandi ordini che non si vogliono eseguire per creare una domanda apparente, spingere gli altri operatori a modificare i prezzi e poi cancellare gli ordini. È considerato una manipolazione del mercato ed è vietato sia dalla giurisprudenza islamica sia dalla normativa europea sugli abusi di mercato.

Perché nell’eredità islamica il figlio riceve il doppio della figlia?

Secondo la spiegazione proposta, la regola va letta dentro l’intero sistema di obblighi economici. L’uomo è tenuto a sostenere le spese del matrimonio, della casa, del mantenimento della famiglia e dei figli, mentre la quota della donna non è gravata dagli stessi obblighi. Per questo, nel tempo, la disponibilità effettiva della quota più piccola può perfino superare quella della quota maggiore. Non tutte le quote sono diverse: padre e madre, per esempio, possono ricevere la stessa parte.

La necessità (darura) rende lecito qualsiasi comportamento vietato?

No. La regola secondo cui la necessità rende ammissibile il vietato va sempre letta insieme a quella secondo cui la necessità si valuta nella sua giusta misura. Si parla di necessità in senso tecnico quando sono seriamente minacciate la vita, l’integrità fisica o la salute, non per qualsiasi difficoltà economica. Per applicarla a un caso concreto è opportuno rivolgersi a uno studioso qualificato.

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